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Trump. Stop sovvenzioni fossili si investa sulle rinnovabili per evitare un altro disastro petrolifero

Marevivo si unisce all’appello dell’organizzazione internazionale Oceana per fermare le concessioni petrolifere negli Stati Uniti e chiede di fermare i sussidi alle fonti fossili
Trump. Stop sovvenzioni fossili si investa sulle rinnovabili per evitare un altro disastro petrolifero
Fonte: InsideClimate News

L’amministrazione Trump intende autorizzare le perforazioni di petrolio e gas in quasi tutte le coste statunitensi, anche nelle aree precedentemente protette degli oceani Atlantico, Artico e Pacifico. Il piano di Ryan Zinke, Segretario degli interni, prevede 50 concessioni per la durata di cinque anni, dal 2019 al 2024: 19 al largo delle coste dell'Alaska, 7 nel Pacifico, 12 nel Golfo del Messico e 9 nell'Atlantico.

Una decisione che ha ribaltato la tutela della precedente amministrazione Obama che aveva dichiarato come zone off limits le coste dell'Alaska e dell'Atlantico, dal New England fino alla Virginia. Al contrario, Zinke ha proposto che una sola area, al largo della costa dell'Alaska, sia protetta dalle trivellazioni, come confermato da un ordine esecutivo emesso da George W. Bush.

Un numero di autorizzazioni che non ha precedenti. Le esplorazioni offshore saranno possibili su oltre il 90% delle acque continentali. Al piano si sono già opposti Rick Scott, il Governatore repubblicano della Florida, che ha messo in risalto i problemi ambientali legati alle trivellazioni e sottolineato come lungo la costa ci sia una moratoria alle trivellazioni offshore fino al 30 giugno 2022. Anche i Governatori del New Jersey, Virginia, Carolina del Nord e Carolina del Sud esprimono preoccupazioni per l’impatto sugli ecosistemi marini e sulle economie costiere, così come gli Stati della California, Washington ed Oregon che hanno condannato la possibilità di trivellare nel Pacifico, per la prima volta dal 1984.

Marevivo si unisce così all’appello di Oceana, organizzazione internazionale per la tutela degli oceani, che ha lanciato la petizione: “Stop dangerous new offshore drilling” rivolta al Segretario Zinke denunciando come questo piano apra le porte a trivellazioni offshore sporche e pericolose e che le fuoriuscite di petrolio in mare aperto possano uccidere la vita marina, devastare gli ambienti oceanici, e mettere a rischio anche l’economia delle comunità costiere.

Dopo sette anni, si apre il rischio di un’altra possibile esplosione come quella del Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, uno dei peggiori disastri ambientali nella storia degli Stati Uniti. Un incidente che si sarebbe potuto evitare se gli Stati Uniti avessero investito sulle fonti rinnovabili.

Proprio in questi giorni un altro incidente a largo delle coste cinesi, che ha coinvolto una petroliera iraniana con a bordo tonnellate di petrolio, rischia di trasformarsi in un altro danno ambientale.

«Gli oceani rappresentano il 70% della superficie del nostro Pianeta, non possono essere dei semplici giacimenti petroliferi – dichiara Rosalba Giugni, Presidente dell’associazione Marevivo  - ma una risorsa indispensabile per la vita umana. Gli scienziati, in nuovo studio pubblicato su Science, hanno mostrato come gli oceani si stiano trasformando in “zone morte”, prive di ossigeno a causa dei cambiamenti climatici, che per il Presidente Trump non esistono, e dell’inquinamento. Gli oceani stanno soffocando ma rappresentano i polmoni blu del nostro Pianeta in grado di produrre più del 50% dell’ossigeno che respiriamo e di assorbire il 30% dell’anidride carbonica, gas responsabile dei cambiamenti climatici. Senza ossigeno, però, le acque potrebbero iniziare a rilasciare sostanze pericolose e tossiche e gli oceani non riusciranno più ad esercitare il ruolo di polmone che ci consente di vivere sulla nostra Terra».

I combustibili fossili, inoltre, sono onerosi e gran parte dei loro costi sono nascosti sotto forma di sussidi. Uno studio pubblicato lo scorso agosto sulla rivista World Development, da due autori che lavorano presso il Fondo Monetario Internazionale, ha indicato quanti sussidi vengono destinati ai combustibili fossili a livello globale con risultati scioccanti. Le sovvenzioni alle fonti fossili sono aumentate del 10,4%, in soli due anni, passando da 4.900 miliardi di euro nel 2013 a 5.300 miliardi di euro nel 2015, pari al 6,5% del PIL mondiale. A riceverne di più sono il petrolio e il carbone.

In Europa invece, tra il 2014 e il 2016, secondo i dati di Legambiente, sono stati distribuiti più di 112 miliardi di euro all’anno per sostenere la produzione e il consumo dei combustibili fossili. Tra gli Stati Europei, l’Italia nel 2016 ha investito 15,2 miliardi di euro per la produzione e il consumo di petrolio, carbone e gas.

«Questi costi tendono ad aumentare – continua Rosalba Giugni - se come variabili si considerano anche i costi ambientali da sostenere per il riscaldamento globale e l’inquinamento. Se fossero eliminati, le emissioni globali si ridurrebbero così come le morti per inquinamento mentre il benessere sociale aumenterebbe. I sussidi alle fonti fossili incoraggiano l’uso di combustibili che danneggiano l’ambiente e scoraggiano gli investimenti sulle fonti rinnovabili. Questi costi gravano sulle tasche dei cittadini, a danno della loro stessa salute, ed è giunto il momento di eliminarli».