Il termine Blue Economy, coniato nel 2010 dall’economista belga Gunter Pauli, individua un modello di economia sostenibile, in grado di mitigare l’impatto sulla salute dei nostri mari ed oceani, ma in che modo?

Ricavando nuovi prodotti da scarti presenti nell’ambiente ed energia da materie prime e risorse naturali che potrebbero essere sfruttate in modo sostenibile per creare ricchezza.

La Blue economy agisce attraverso il rivoluzionamento di attività quali la pesca, la costruzione e il trasporto marittimo, il turismo balneare e non solo. Il modello dell’economia blu si prefissa come obiettivo anche quello di creare un sistema economico sostenibile attraverso l’innovazione tecnologica e lo sviluppo di principi fisici. Un esempio?

I campi di applicazione tecnologicamente più avanzati del Blue thinking riguardano la produzione di energia rinnovabile ricavata dal mare, dall’eolico off-shore ai pannelli fotovoltaici galleggianti. L’energia eolica e l’energia termica delle onde e delle maree potrebbero generare un quarto dell’elettricità dell’UE nel 2050. Altrettanto importante risulta la bioeconomia, riguardante le produzioni ittiche, algali e le biotecnologie.

Sotto a queste esiste una vastità di attività connesse al settore marino come la pesca sostenibile, le attività portuali, il turismo balneare e tutto il comparto navale. Viene infatti proposto dalla Commissione Europea di rinnovare gli standard per il riciclaggio delle navi, per lo smantellamento di piattaforme da estrazione e per la progettazione di attrezzi da pesca.

Senz’altro però ciascuna di queste attività non può prescindere dall’impegno nel preservare l’ecosistema marino, ecco perché altri settori coinvolti nella Blue Economy individuati dall’Unione Europea sono la preservazione della biodiversità marina vivente e non vivente, pesca responsabile e turismo costiero consapevole.

La Blue Economy si configura, quindi, come una branca evolutiva della green economy.

Se quest’ultima si basa infatti sulla progettazione di un modello economico volto alla riduzione di materiali inquinanti anche attraverso uno sforzo finanziario da parte delle società, l’approccio Blue thinking si spinge oltre e si prefigge come obiettivo quello di azzerare le emissioni di rifiuti per il nostro pianeta, garantendo maggiore profittabilità dei progetti con un minor fabbisogno di capitale di investimento.

L’economia Blu ha l’ambizione di sovvertire gli scarti di attività esistenti in modo da trasformarli in materie prime da reinserire nel circuito produttivo. L’obiettivo non è più quello di investire nella tutela dell’ecosistema, ma di effettuare minori investimenti utilizzando materie già presenti nell’ambiente per ottenere un ritorno sia ambientale che economico. 

Molte aziende, ad esempio, riusano reti da pesca già utilizzate per produrre capi di abbigliamento dando così una nuova vita a uno scarto.

Ma creare capi di abbigliamento con fili di nylon costituito per il 100% da plastica riciclata è davvero sostenibile?

Il lavaggio dei capi di abbigliamento è una delle cause principali della presenza di microfibre sintetiche nel mare. Ogni anno vengono scaricate negli oceani, attraverso il lavaggio di tessuti realizzati in materiali sintetici come poliestere, nylon, acrilico e poliammide, mezzo milione di tonnellate di microfibre (una quantità pari a 50 miliardi di bottiglie di plastica) che ad ogni lavaggio a mano o in lavatrice, finiscono in mare causando ingenti danni all’ecosistema e alla vita marina.

È quindi questo un campo molto delicato in cui operare soprattutto nel nostro Paese: ma per l’Italia la transizione ecologica non dovrà rappresentare perdita di capitale naturale poiché questo corrisponderebbe a grandi perdite economiche e danni ambientali irreversibili che non possiamo più permetterci.

Blue economy e innovazione tecnologica

L’innovazione tecnologica e la valorizzazione degli scarti produttivi sono i capisaldi attraverso cui realizzare una crescita economica sostenibile e duratura, senza richiedere un eccessivo sforzo pecuniario alle società coinvolte.

Lo sviluppo di questo settore è ritenuto strategico dalla Commissione Europea, la quale ha già stanziato fondi attraverso il pacchetto di finanziamento BlueInvest fund per un ammontare pari a 75 milioni di euro, da investire nelle tecnologie e nei servizi marittimi con il fine di disegnare un comparto improntato verso la sostenibilità ed essere in grado di raggiungere i seguenti obiettivi:

1) aumentare l’occupazione

2) rinvigorire i settori economici obsoleti, disegnando nuovi mercati emergenti

2) salvaguardare la salute degli ecosistemi marini

3) ridurre le emissioni di carbonio.

Blue economy in Italia

L’Italia, per chiari motivi geografici, si presterebbe a essere un attore principale nella transizione verso la Blue Economy.

I dati sul tasso di occupazione per i diversi settori Blue sottolineano il ruolo di prim’ordine rivestito dal turismo costiero con un’occupazione che sfiora il 60% del totale (figura 1). In aggregato, nel 2018, il settore Blue rappresentava circa il 2,3% del tasso di occupazione nazionale.

Per ciò che concerne il valore aggiunto al Pil nazionale, il contributo della Blue economy si attestava, nel 2018, intorno ai 23,7 Miliardi di euro: circa l’1,5% del PIL nazionale (figura 2).

La figura 2 evidenzia come, dopo una flessione nel quinquennio 2010-2015, negli ultimi anni il settore della Blue economy abbia registrato un notevole sviluppo. Grandi perdite di capitale naturale corrispondono a grandi perdite economiche e danni ambientali irreversibili che non possiamo più permetterci. Le proiezioni future sono positive, sarà importante convogliare le risorse verso l’implementazione di sistemi energetici marittimi[1] e soprattutto sviluppare sensibilizzazione e competenze necessarie per sostenere questa sfida di transizione ecologica/economica.

 

Studio degli Autori
Giorgia Mungo, Laureanda in Relazioni Economiche Internazionali, Università di Roma La Sapienza
Giammarco Nolè, Laureato in Scienze dell’Economia e della Gestione Aziendale, Università degli studi di Ferrara

 

Figura 1

 

 

 

 

Fonte: rielaborazione propria su dati forniti dal report annuale della commissione Europea, giugno 2021 (anno di rilevazione: 2018).

 

Figura 2

 

 

 

 

Fonte: rielaborazione propria su dati forniti dal report annuale della commissione Europea, giugno 2021 (dati in miliardi di euro).

 

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Immagine impianto fotovoltaico galleggiante: https://www.google.com/url?sa=i&url=https%3A%2F%2Fwww.agatos.it%2Fimpianto-fotovoltaico-galleggiante-cosa-sono-le-isole-flottanti%2F&psig=AOvVaw1dLJAPJpaS8xc2Nna8dvqR&ust=1639840902668000&source=images&cd=vfe&ved=0CAsQjRxqFwoTCOjfpMmR6_QCFQAAAAAdAAAAABAD

[1] https://www.portseurope.com/taranto-port-set-for-offshore-wind-farm/