Nel 2020 in Italia sono state consumate 2,5 milioni di tonnellate di materiale proveniente da petrolio e gas naturale per la fabbricazione di imballaggi. Un progetto sostenibile apre a nuove possibilità

La plastica rappresenta il maggior detrito antropogenico inquinante presente negli oceani. Uno studio, pubblicato sulla rivista Nature Sustainability e condotto da un gruppo di ricercatori provenienti da 15 diverse istituzioni scientifiche di dieci Paesi, fornisce la prima diagnosi globale dell’origine e della composizione dei rifiuti che inquinano gli ecosistemi marini. Secondo le ricerche, circa l’80% degli oggetti ritrovati in mare è realizzato in plastica. In particolare, i prodotti legati al consumo di cibi e bevande da asporto, tra cui sacchetti, bottiglie, contenitori per alimenti e involucri monouso, rappresentano quasi la metà del totale dei rifiuti abbandonati.

Solo il 30% della plastica impiegata nel packaging alimentare viene riciclata, mentre la maggior parte finisce dispersa nell’ambiente. Per fare qualche esempio, ogni anno vengono realizzate in Italia 250 milioni di confezioni da tre teste d’aglio, una quantità che equivale a circa 60.000 km di plastica, che corrispondono a 600.000 kg. Per la produzione di sacchi di patate da 1,5 kg o 3 kg, invece, oggi l’industria impiega circa 10 milioni di kg di plastica (per circa 20 milioni di confezioni all’anno). Questi numeri ci danno l’idea di quanto sia urgente un cambiamento di rotta immediato, che ci chiede in primis il nostro Pianeta ma anche l’Europa.

Il piano d’azione dell’Ue per l’economia circolare previsto dal Green Deal vuole, infatti, che entro il 2030 tutti gli imballaggi in materiale plastico immessi nel mercato europeo siano riciclati o riutilizzati a costi sostenibili, per attuare la transizione verso un’economia circolare dei settori cruciali. Un cambiamento – che potrebbe evitare l’emissione di 1,1 Mt di CO2 – ma che sembra una rivoluzione lontana, visto che il nostro Paese si colloca al decimo posto della classifica mondiale di rifiuti in plastica pro capite (23 chili), che in Europa il 99% della plastica viene prodotta utilizzando materie prime come petrolio e gas naturale e che nel 2020 in Italia sono state consumate 2,5 milioni di tonnellate di plastica per la fabbricazione di imballaggi.

Diversi Paesi europei hanno messo in campo azioni per eliminare gli imballaggi in plastica monouso: da gennaio 2022 in Francia è vietato l’utilizzo di involucri di plastica per la vendita di circa 30 tipi di frutta e verdura; in Spagna si va nella stessa direzione e il Senato ha appena approvato il progetto di legge sui rifiuti e i suoli contaminati, che recepisce nell’ordinamento nazionale la Direttiva sul monouso. Anche Austria e Germania continuano a scommettere sul riutilizzo, mentre l’Italia non riesce a stare al passo.

La progettazione del packaging va, dunque, ripensata a tutti i livelli, come in parte sta già accadendo, per evitare lo spreco e l’utilizzo di materiali non riciclabili.

Secondo il decimo rapporto di GreenItaly, realizzato da Fondazione Symbola e Unioncamere, in collaborazione con CONAI, Novamont e Ecopneus, l’Italia è leader in Europa per il recupero dei rifiuti. Ricicliamo il 79,3% degli scarti che produciamo, più del doppio della media europea, che si attesta al 39,2%. Secondo il Conai (Consorzio nazionale imballaggi), proseguendo a questo ritmo, si stima il raggiungimento di 9,5 milioni di tonnellate di packaging riciclate entro la fine del 2021.

Inoltre, l’Osservatorio Packaging del Largo Consumo di Nomisma conferma l’attenzione dei consumatori per il packaging sostenibile. Un italiano su due, infatti, preferisce prodotti (alimentari e non) con poco imballaggio e il 45% pone regolarmente attenzione all’acquisto di prodotti con imballaggio sostenibile.

Anche le aziende sono chiamate a fare la loro parte. Esistono molte realtà attente all’ambiente che hanno accolto queste nuove sfide. Il Linificio e Canapificio Nazionale e Kuku International Packaging hanno realizzato, per esempio, un progetto ambizioso e rivoluzionario che potrebbe cambiare le abitudini quotidiane in un’ottica di consumo responsabile e di consapevolezza ambientale.

Si tratta di un packaging a uso alimentare completamente ecologico prodotto da filati e reti in lino con elevate prestazioni tecniche che può essere utilizzato anche come componente per altre tipologie di imballaggi, in sostituzione della plastica: finestre per i sacchi in carta, rinforzo interno del confezionamento in carta e del nastro adesivo in carta, ma anche copri-cassette per frutta e verdura. Naturale ed etica, il lino è la fibra naturale europea più sostenibile in assoluto grazie alle ridotte quantità di acqua necessarie per la sua coltivazione e al minimo utilizzo di agenti chimici nella fase di coltura e filatura. Questa pianta prepara il terreno per le colture successive, partecipa all’assorbimento del carbonio emesso nell’atmosfera e non produce scarti. Tutto questo senza stravolgere le catene produttive, dal momento che reti e filati in lino possono essere utilizzati dagli stessi macchinari industriali che finora hanno confezionato gli oggetti con i materiali plastici.

La linea di prodotti – che con un gioco di parole riferito al materiale prende il nome de “Lincredibile” – è frutto di tre anni di studi ed esperimenti, finalizzati a ridurre l’inquinamento ambientale dovuto alle microplastiche, che entrano nella catena alimentare e minacciano l’ecosistema. Partendo da una pianta, il lino, in grado di assorbire le emissioni nocive dei gas responsabili dei cambiamenti climatici, si può dare un grande contributo all’ambiente.

L’Associazione ambientalista Marevivo porta avanti, da quasi quarant’anni, battaglie contro l’uso della plastica monouso, favorendo azioni concrete a favore di una progettazione che tenga conto della breve vita del packaging e della conseguente necessità di utilizzare, per la relativa produzione, fonti naturali e completamente biodegradabili.