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Gli abissi oceanici, la porzione del nostro Pianeta meno conosciuta ed esplorata, nascondono la soluzione ai problemi dell’umanità o rischiano di essere il luogo in cui si creano effetti incontrollati delle attività umane che potrebbero accelerare la crisi climatica?

La decisione della Norvegia di autorizzare la pratica del deep-sea mining sui propri fondali rappresenta un pericoloso precedente e, al tempo stesso, una grave minaccia per il già fragile ecosistema marino, compromesso da surriscaldamento globale, acidificazione, inquinamento da plastica e sostanze tossiche, pesca intensiva. 

Gli interessi in gioco nel business miliardario del deep-sea mining sono molteplici e contrastanti. I governi sono sotto pressione perché, per dismettere i combustibili fossili e ridurre emissioni di gas serra, sono costretti a trovare soluzioni sostenibili e investire in fonti di energia rinnovabile. Le compagnie minerarie che stanno sviluppando robot e droni per la raccolta dei cosiddetti noduli polimetallici dai fondali oceanici ricchi di metalli come manganese, nickel, rame, cobalto utili per costruire batterie agli ioni di litio per veicoli elettrici e dispositivi elettronici come smartphone e pannelli solari, hanno fretta di mettere le mani su materie prime preziose, ritenute necessarie per la transizione energetica, e spingono per accelerare lo sfruttamento dei fondali marini profondi anche in assenza di regolamentazione.
Dall’altro lato, però, c’è la sopravvivenza stessa della biodiversità, la tutela della vita in ogni sua forma. I nostri mari, infatti, assorbono oltre il 90% del calore che sta surriscaldando la Terra e il 30% delle emissioni di CO2.
L’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) prevede un notevole aumento nell’uso dei metalli contenuti nei fondali marini per soddisfare gli obiettivi della transizione energetica, che è solo una parte della transizione ecologica. Si stima che la domanda globale di questi metalli raddoppierà entro il 2040. Inoltre, per eliminare completamente le emissioni nette di gas serra, si prevede che il consumo attuale di questi metalli quadruplicherà. Per quanto riguarda l’Unione Europea (UE), le stime indicano che entro il 2030, sarà necessario un quantitativo di litio 18 volte maggiore e di cobalto 5 volte maggiore rispetto ad oggi.
Sui fondali marini non vi sono solo i noduli polimetallici – la cui formazione impiega tempi geologici lunghissimi – ma anche vulcani sottomarini, depositi e croste minerali tutti ricchi di “cobalto, platino, rame, tellurio, zirconio, tungsteno, manganese e altri metalli rari – spiega il Prof. Roberto Danovaro, biologo, docente di Ecologia all’Università Politecnica delle Marche e membro del Comitato Scientifico di Marevivo – Alcuni depositi contengono anche metalli utili alla transizione energetica ma non tutti e non ovunque. È necessario però essere chiari: il deep-sea mining è un business e le miniere profonde fanno gola indipendentemente dai metalli per la transizione energetica. Il problema è che la raccolta di questi minerali preoccupa molto la comunità scientifica internazionale”.
La preoccupazione cresce anche per la raccolta di noduli e croste minerali, che si svolge a profondità fino a 5.000 metri. Questa attività impiega bulldozer di grandi dimensioni che rimuovono i depositi vulcanici dal fondo marino strappandoli o risucchiandoli come enormi aspirapolvere, e grandi trivelle che perforano i fianchi delle montagne sottomarine. “Tutto questo cancella completamente la vita dei fondali e crea dei pennacchi di fango che si espandono per centinaia di chilometri soffocando anche habitat marini lontani. Si tratterebbe del più esteso impatto volontario dell’uomo mai avvenuto sul Pianeta” dice il Prof. Danovaro. Nonostante questa pratica non sia ancora iniziata, esistono già aree concesse per l’estrazione mineraria a vari Paesi, inclusi alcuni europei (l’Italia non ne ha fatto richiesta), aree che coprono una superficie totale equivalente all’unione di Italia, Spagna e Austria.
Gli studi scientifici attuali, basati su esperimenti di estrazione mineraria in acque profonde, suggeriscono gravi conseguenze. Il Prof. Danovaro mette in evidenza che questi impatti possono rallentare i cicli biogeochimici. Questo rallentamento, data l’ampia estensione dell’impatto sui fondali marini, potrebbe ridurre la capacità degli oceani profondi di rigenerare nutrienti, impoverirne la produttività riducendone la capacità di assorbire CO2. In sintesi, potremmo trovarci di fronte a una catastrofe ambientale senza precedenti.
L’evoluzione tecnologica nel settore delle batterie sta mettendo in discussione la necessità dell’estrazione di certi metalli. Un esempio significativo è quello delle batterie a litio-ferro-fosfato. Come afferma Jeanne Everett, Direttrice Programmi e Operazioni Blue Climate Initiative – Tetiaroa Society: “Sono solo alcune delle svariate tecnologie sostitutive delle tradizionali batterie a ioni di litio non riciclate, ma che nel 2022 hanno già conquistato 1/3 del mercato dei veicoli elettrici, registrando una crescita notevole rispetto a una quota di mercato del 10% raggiunta nel quadriennio precedente. Le batterie litio-ferro-fosfato non utilizzano nessuno dei metalli potenzialmente estratti dalle profondità marine”.
Parallelamente, l’attenzione si sta spostando verso il riciclo di metalli preziosi e terre rare (REE) da dispositivi elettronici dismessi. Questa pratica, nota come ‘urban mining’, potrebbe ridurre la necessità del deep-sea mining. Una tonnellata di schede elettroniche di smartphone contiene, in media, 276 g di oro, 345 g di argento e 132 kg di rame. Aggiungendo altri componenti, come magneti e antenne, si includono anche le REE con una quantità di 2,7 kg per tonnellata.
Un iPhone contiene 16 delle 17 REE conosciute, pari all’1% del suo peso. Tuttavia, l’estrazione e il riciclo di REE sono processi complessi con un proprio impatto ambientale. Attualmente, solo l’1% delle REE viene riciclato, a causa della mancanza di infrastrutture adeguate.
È dunque fondamentale investire in questo settore per promuovere un’economia circolare e uno sviluppo sostenibile. Non dobbiamo permettere che il mare, cruciale per la vita e la biodiversità, sopporti il peso di un modello economico lineare, inquinante e insostenibile.

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