Non è un segreto che i cambiamenti climatici siano un fattore di rischio per la nostra vita, nonché una delle principali cause di mortalità al mondo – secondo uno studio pubblicato dalla rivista The Lancet Planetary Health oltre 5 milioni di morti all’anno sarebbero infatti attribuibili a condizioni climatiche estreme.

Quello che però molto spesso dimentichiamo è l’impatto che questo tipo di cambiamenti genera quotidianamente sull’esistenza di milioni di persone in termini di qualità della vita e rispetto dei diritti umani fondamentali.

I cambiamenti climatici acuiscono ulteriormente le situazioni di grande vulnerabilità di intere nazioni, mettendo maggiormente in evidenza le disuguaglianze sociali ed economiche all’interno delle loro società. Il problema è che nella maggior parte dei casi a pagare il prezzo sono i paesi del Sud del mondo, che hanno contribuito in maniera minore rispetto a molti altri paesi più grandi e industrializzati alle emissioni di gas alteranti alla base del fenomeno e che spesso non possiedono le risorse economiche e logistiche per farvi fronte.

L'impatto dei cambiamenti climatici sulle donne

A un contesto simile, già di per sé fragile, si aggiungono dinamiche di tipo sociale e culturale che vanno ad aggravare le condizioni delle minoranze. Secondo l’Intergovernmental Panel on Climate Change, infatti, i cambiamenti climatici avranno fortissimi impatti sulle donne, che sono considerate una delle categorie più vulnerabili proprio perché proporzionalmente più dipendenti dalle risorse naturali pericolosamente minacciate.

I dati contenuti nei report della Global Gender and Climate Alliance evidenziano che l’80% degli sfollati a causa dei cambiamenti climatici è donnaDonne e bambini inoltre hanno 14 volte più probabilità degli uomini di morire durante un disastro. Questo perché le donne rappresentano un’alta percentuale all’interno delle comunità, in particolare nelle aree rurali dove sono loro a doversi occupare del rifornimento di acqua e cibo per tutto il nucleo familiare, spesso camminando per chilometri e chilometri ogni giorno.

Nonostante la maggior parte dei piccoli agricoltori a livello mondiale sia costituita da donne (50-80%), queste ultime possiedono meno del 10% degli appezzamenti che lavorano e non hanno diritti legali sulle terre che coltivano. Le leggi di moltissimi paesi infatti impediscono alle donne di ereditare ricchezza, possedere terreni, accedere al credito e avere potestà genitoriale sui propri figli. Inoltre, secondo alcune ricerche condotte dalle Nazioni Unite, queste hanno minor accesso al mondo del lavoro e alle diverse opportunità economiche, e per questo hanno minori possibilità di uscire dalla povertà.

In un quadro così limitante, non è difficile immaginare quanto sia rischioso per le donne affrontare le conseguenze dei cambiamenti climatici. Non dobbiamo però fare l’errore di considerarle come vittime passive della situazione, perché spesso sono le prime a reagire e, proprio grazie alla loro profonda conoscenza della comunità, delle risorse del territorio e delle tecniche per preservarle, riescono ad avere una visione lucida e concreta del problema.

Le donne negli organi decisionali internazionali

Purtroppo spesso le donne non vengono coinvolte nelle decisioni prese in risposta ai cambiamenti climatici, così i fondi finiscono per essere destinati soltanto agli uomini“, ha affermato Diana Liverman, scienziata ambientale del programma Science in Action della BBC World Service. Secondo i dati del Report Care – Climate Justice Center dello scorso giugno, solo lo 0,01% di tutti i finanziamenti a livello mondiale sostiene progetti che affrontano il cambiamento climatico tendendo in considerazione i diritti delle donne.

Le donne costituiscono la metà del mondo. È importante che partecipino a tutte le decisioni importanti” continua Liverman. E non possiamo che darle ragione, soprattutto se pensiamo che la rappresentanza media delle donne negli organi di negoziazione sul clima nazionale e globale è inferiore al 30%, e quella delle donne nei sedici organi costituiti dalla riunione alla COP26 di Glasgow era soltanto del 33%.

In prima linea per l'ambiente

Se la transizione energetica non verrà gestita nel modo giusto, la crisi climatica potrebbe avere impatti molto negativi sulla condizione femminile a livello globale. Ci sono però alcune figure femminili che ci fanno ben sperare in un futuro movimento femminista climatico.

Christiana Figueres

Ex-Segretario Esecutivo della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (2010-2016), è stata l’artefice dello storico Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici del 2015, che nel suo preambolo ha sottolineato la necessità di responsabilizzare le donne nel processo decisionale sul clima.

Jane Fonda

Attrice americana che ha attirato l’attenzione sulla crisi climatica attraverso la disobbedienza civile, dichiarandosi “pronta ad essere arrestata ogni primo venerdì del mese se ciò potrà servire a sostegno della battaglia per l’ambiente”, ispirata sicuramente dall’attivismo della celebre adolescente svedese.

Greta Thunberg

Nel 2018 ha dato vita al potente movimento Fridays for Future, lo sciopero di giovani a livello globale per protestare contro l’assenza di politiche concrete volte a fermare il collasso climatico.

Juma Xipaia

Attivista per i diritti dell’ambiente che da anni combatte in prima linea contro la deforestazione in Amazzonia, che è dovuta fuggire dal Brasile per le minacce di morte e che ha portato a Glasgow la voce delle popolazioni indigene e della sua comunità.

Nella Giornata Internazionale della Donna, è importante ricordare che le donne sono agenti del progresso. Vogliamo ricordare che i cambiamenti climatici sono anche un problema di genere che va affrontato assicurando che i diritti, la rappresentazione e le risorse delle donne vengano rispettati.